Ho sempre adorato i cancelli lontani dalla città e persi nel verde di una pineta odorosa di resina e mare. Ho sempre cercato di scovarli, tra i ligustri e le felci, abbandonati chissà da quanto con quell’aria di crepuscolare solitudine, affogati tra macchie di oleandri e cespugli di artemisia oppure contornati da un muro in pietra punteggiato di muschi e licheni.

Sono i muti guardiani di nobili verzieri e raccontano qualcosa di storie lontane, oramai perse per tutti. Antiche leggende di ombre già vissute, di echi spenti per sempre, di spazi incolti dove, un tempo, qualcuno ha passeggiato all’ombra della luna, ha sorriso ad un volto familiare, ha ricordato qualcosa di importante al suono di una risacca lontana. E così un suggestivo senso di déja vu pervade ogni angolo di quei giardini, di quegli spazi verdi e meravigliosi che ogni cancello si impegna a preservare.

Ma vi è anche di più.

Penso di aver sempre amato i cancelli perché in fondo sono sì un confine ma anche un varco. Presuppongono il concetto dell’oltrepassare, dell’andare oltre e io adoro l’idea di aprire e di passare al di là di una soglia sconosciuta. Forse perché ho sempre immaginato la vita come un lungo viaggio, un percorso scandito da porte e cancelli che si schiudono innanzi a me: un muto invito ad andare avanti. Sono mete, punti d’arrivo, nuove dimensioni del mio essere. E ho preferito i cancelli poiché, a differenza delle porte chiuse, permettono di guardare attraverso e di intravedere. Di scorgere, dolcemente, quello che sembra attenderci altrove e forse anche… di volgersi indietro ancora una volta, dando un’ultima occhiata alle nostre spalle. Senza lasciare per strada una qualsiasi parte di ciò che è stato. Rimanendo in bilico sulla soglia prima di fare il passo definitivo… incuriositi ma mai spavaldi, forse malinconici ma mai timorosi.

Ho sempre amato i cancelli perché mi ricordano me bambina quando ritenevo la pineta un bosco di fate. E, ancora oggi, scorgere un cancello perso nella macchia mi permette semplicemente questo: sognare e ritenere tutto possibile. E non è un dono dappoco, dopo tutto. È come se in un immaginario cerchio della vita ogni cancello mi permettesse di accedere ad un giardino più bello, un Eden di natura e pensieri, di ricordi, immagini e sogni solo miei, irrinunciabili e… eterni.

In definitiva i cancelli promettono sì un cambiamento e un viaggio verso un mondo sconosciuto ma, nella mia mente, presuppongono una continuità e mai, neppure una volta, un’interruzione netta. E sono per me una meravigliosa e irrinunciabile… sicurezza.

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