Elena varcò la porta con un po’ di apprensione. Era più di un anno che non entrava nella grande villa, la bella casa in stile vittoriano appartenuta a nonna Rachele, a zia Clara e poi, dopo varie giravolte ereditarie, alla cugina Cosetta. Si tolse lo spolverino color cielo, aiutò suo marito a fare altrettanto, ripiegò le giacche dei figli sulla sedia all’ingresso e poi baciò le nipoti. Erano tre, tutte carine e vivaci. Cosetta le venne incontro… la strinse in un abbraccio doveroso, le dedicò quattro chiacchiere, scoppiettanti ma senza alcuna importanza, e poi la fece accomodare in salotto. Anzi, in quello che nonna Rachele aveva chiamato, per tutta la sua vita, “il salotto buono”, una stanza che, unica in tutta la casa, non aveva mai subìto cambiamenti o ammodernamenti. La stessa stanza in cui si erano tenuti pranzi di Natale e battesimi, cene di Capodanno e prime comunioni, compleanni e riunioni familiari, feste di laurea e fidanzamenti. Insomma era il “salotto”, e non uno qualunque, ma quello buono: sedici metri quadri tagliati di sghembo, una via di mezzo tra un “tinello grande” e una “sala piccola”, uno spazio quasi sospeso che permetteva di avere un tavolo molto lungo e di offrire un’ospitalità perfetta.
Elena vi entrò, quel giorno, con una strana titubanza. Subito raggiunse la porta finestra che dava sul giardino e inspirò a pieni polmoni la prima aria di primavera: il verde, fuori, benché già tenero non era ancora interrotto da altri colori. Vi erano gemme infatti sui rami frondosi, ma nessun fiore. Il chiacchiericcio, che arrivava lieve dalla cucina, distrasse Elena che, finalmente, prese coraggio e si girò verso l’interno della stanza. Vi era stato un periodo lungo in cui aveva pranzato lì, seduta proprio sulla destra, accanto alla grande pianta di ficus e, come aveva temuto, vi si rivide giovane sposa, timida e silenziosa, sempre molto in disparte. Riandò con la mente alle tante domeniche in compagnia dei cugini, dei nonni già anziani, dei genitori sempre più curvi… pranzi, merende, giochi da tavola… Giorni lenti trascorsi in quell’unica stanza, sempre fin quasi al tramonto quando, paghi di tanta confusione, tutti si salutavano contenti di farlo.
Elena vide che il salotto non era cambiato in nulla. Lei, che invece lo aveva quasi sperato, notò che ancora una volta i pesanti mobili di legno scuro si ravvivavano solo grazie all’argenteria di nonna Rachele, che le mensole non mostravano variazioni nella disposizione delle ceramiche olandesi, che il lampadario a gocce di cristallo continuava ad illuminare senza troppa convinzione e che, nell’angolo sinistro, la colonna di marmo rosa a torciglione dava ancora a tutto l’insieme quel sapore un po’ retrò, da Belle Epoque appena trascorsa. Al centro della stanza il grande tavolo in stile Chippendale era apparecchiato, come sempre, con la tovaglia di Fiandra della nonna e con il servito arancio e oro di zia Clara. Elena osservò con attenzione la bizzarra Araba Fenice che da tempo immemore danzava senza sosta all’interno dei piatti fondi. Poi vi prese posto davanti e finalmente, dopo poco, vide anche gli altri fare altrettanto.
Il pranzo trascorse così, senza grandi sorprese: toni alti che si accavallavano, discorsi prevedibili, qualche pettegolezzo espresso a mezza voce, risate giovani e pensieri nascosti. E Elena seppe mascherare molto bene i suoi, celati dietro a un piacevole sorriso di circostanza. Si sentiva strana in quella stanza, quasi fuori posto, quasi soffocare. Osservava di sottecchi, intorno a sé… fotografie color seppia, alzatine di cristallo, statuine di Limoges, bomboniere di Capodimonte…
Ma… bomboniere di chi? E, a questa inespressa domanda, Elena capì la causa del suo malessere: quella stanza era, in tutto e per tutto, come un museo. Ma un museo trascurato, senza alcuna targhetta esplicativa sotto agli oggetti. Oppure, peggio ancora, come un mausoleo senza nome sulle lapidi.
Da tempo infatti era venuta a mancare la voce narrante, quella che aveva avuto il potere di renderlo vivo, ossia quella della nonna, la memoria storica di tutti loro. E nessuno adesso sapeva più chi fosse stata la donna ritratta in quel dagherrotipo appoggiato sul tavolino sotto il lume o a quale zia era appartenuta l’alzatina di cristallo di Boemia dove ancora si disponevano i datteri o infine a quale matrimonio si doveva la bomboniera a cestino di fiori e…
Eppure la nonna le aveva raccontate tante volte, tutte quelle storie… ma il ricordo oramai era svanito, svanito nell’aria insieme a lei. Elena e le cugine erano state troppo giovani, a quel tempo, per ritenere importanti simili racconti. Li avevano accantonati lì, chiusi nel salotto buono, come se il tempo non avesse fine e loro avessero tutto il tempo del mondo per recuperarli e farli propri. Ma il fatto che adesso almeno lei li rimpiangesse, rendeva ancora più vera una tragica realtà: che la vita trascorre e tutto porta via con sé. Oramai l’assenza della voce della nonna era diventata solo mancanza e questa profonda consapevolezza rese Elena conscia, come poco altro, di essere cambiata e di non essere più quella di una volta.
Così sentì un gran freddo, proprio come in un mausoleo, e i suoi occhi scorsero, dietro a tutte le altre, una sua foto di ragazza.
“Chissà se un domani qualcuno a questa tavola, vedendomi sbucare da quella cornice, si chiederà mai chi io sia stata e chissà se qualcun altro saprà ancora ricordarlo per me…”.
Poi si scosse perché vide gli altri alzarsi. Allora fece altrettanto e con quell’ultimo pensiero raggiunse la porta finestra e il giardino. Alla ricerca, forse, di una nuova primavera. Il verde l’accolse e lei decise di non pensare più a quella strana giornata e al salotto buono di nonna Rachele ma a cose più allegre: adesso non rimaneva che aspettare l’ora giusta prima di andare via senza sembrare scortesi.
In fondo, come sempre, non rimaneva che attendere un nuovo tramonto.
Meraviglioso… Capita a tutti di trovarsi nel “salotto buono” di famiglia e di sentirsi completamente fuori posto. C’è chi lo nota e si fa delle domande, chi lo avverte ma evita di farci troppo caso…
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Sono un po’ le stanze della nostra memoria dove, prima o poi, siamo destinati a ritagliarci uno spazio tutto nostro ♥️
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Mi piace moltissimo il tuo modo di scrivere, mi porti a vivere emozioni quasi dimenticato, mi porti a passare del tempo con te, con te osservo la tua poltrona, accarezzo i tuoi fiori, cammino per il centro storico, che anche io ho amato e amo. Grazie è un vero piacere passare del tempo con te.
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Grazie, Mara! Sei molto cara. Un abbraccio 🤗
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