I miei primi libri

ANEURIN
Una frase su tutte:
Il mio mondo finalmente. Quello fatto a modo mio.
Che tutti voi possiate trovare il vostro.

Tanto per cominciare ecco due parole sulle mie prime pubblicazioni, ANEURIN (2015) e ANEURIN E LO SPECCHIO (2017).

SINOSSI DEI LIBRI

ANEURIN

Inghilterra, XIX secolo.

Aneurin è un giovane che ha paura del mondo e della gente. Seppur bello come un angelo subisce gli effetti di una malattia e soffre una condizione fisica particolare che lo fa sentire diverso e sempre come in attesa di salire due scalini mancanti. É questa la distanza immaginaria che lui percepisce fra sé e tutti gli altri. Sogna un mondo migliore, pieno di poesia e di alti ideali, dove vi sia posto soprattutto per i diversi e per chi vive ai margini. Un mondo fatto tutto a modo suo. Lo cerca nei miti, nei versi  dei grandi e nei significati nascosti dietro alle piccole cose.

Ma il destino cambia le sue giornate solitarie costringendolo a lasciare l’amata fattoria dove è cresciuto e a raggiungere un piccolo paese di pescatori affacciato sul mare del Nord, dove dovrà insegnare nella prima classe della scuola elementare.

In questa nuova realtà  cambierà vita e farà la conoscenza di un particolare gruppo di persone. Ognuna di queste, nel suo genere e a suo modo, saprà aiutarlo a scoprire  possibilità che non credeva di avere, a provare sentimenti che non pensava di poter vivere e a cambiare occhi in un viaggio nel quale saranno tutti compagni.

ANEURIN E LO SPECCHIO

Inghilterra, XIX secolo. Aneurin è adesso un giovane scrittore di successo che vive in un mondo molto simile a quello che a lungo ha immaginato di poter costruire intorno a sé. A Wicthburg, il piccolo paese affacciato sul mare del Nord, dove i casi della vita lo hanno condotto anni addietro, continua il suo lavoro di maestro e condivide poesie e alti ideali con le persone che ama. Ma ben presto questa realtà  perfetta e immota inizierà a rimanergli stretta. Più sicuro di sé, si convince di essere in grado di affrontare nuove sfide, di dare un significato diverso alla parola “oltre” e di partire, finalmente, alla scoperta di mete fino ad allora soltanto sognate. Arriverà così a Londra, con lo scopo di diventare un vero uomo di mondo. E, in questo grande teatro di vita, vedremo muoversi accanto a lui i personaggi che abbiamo già conosciuto e amato durante la sua prima avventura ma anche tanti altri che si mostreranno, pagina dopo pagina, in un continuo gioco di luci e ombre. Inizia così un nuovo e imprevisto viaggio di andata e ritorno fra inquietudini e riflessi di specchi, un cammino in cui Aneurin comprenderà molto di sé e degli altri, conquistando finalmente certezze profonde e definitive.

Ma chi è Aneurin e come nasce?

Gustave Courbet “Autoritratto con cane nero” (1842), Parigi, Petit Palais, Musée des Beaux-Arts de la Ville de Paris

È sempre molto difficile spiegare come nasce un personaggio letterario. Nella mente di chi lo crea,  e che poi ne immagina e ne racconta la vita, i meccanismi che portano alla conclusione di un tale percorso sono molteplici e spesso non del tutto chiari. Nella maggioranza dei casi infatti si parte da un’idea che poi si trasforma, a nostra insaputa, in tutta un’altra.  Anche perché creare un personaggio significa soprattutto parlare di noi e del nostro intimo.

Amo dire infatti che spesso la scrittura è una vera e propria catarsi, un modo per tirare fuori il nostro vissuto: i ricordi, belli o brutti che siano, le sensazioni, piacevoli o dolorose, quello che è nascosto o apparentemente dimenticato, sotterrato dal tempo e dalla nostra volontà.

Ma è pur vero che da qualcosa si deve pur partire. Vi è sempre un’ispirazione iniziale, un punto da cui nasce l’idea. Per me, tanto per cambiare, tutto è iniziato da un quadro. E precisamente da quello che vedete sopra e che potete ritrovare anche sulla copertina di ANEURIN.

Si intitola “Autoritratto con cane nero” ed è stato dipinto, nel 1842, da uno dei padri del realismo francese, ossia Gustave Courbet. Il quadro si trova a Parigi, al Petit Palais, Musée des Beaux-Arts de la Ville de Paris e, in realtà, io ho potuto vederlo per la prima volta dal vivo soltanto quest’anno, a Ferrara, dove era esposto insieme a tanti altri capolavori al Palazzo dei Diamanti, nella bella retrospettiva dedicata al maestro francese.

Courbet dipinse questo autoritratto ad appena ventitré anni e fu il suo primo successo. Infatti il quadro fu la sua prima opera esposta al Salon. Courbet, che in realtà amerà ritrarsi tante altre volte, in fasi più avanzate e diverse della sua vita, in questa tela dà un’immagine sicura di sé e del mondo che lo circonda: si nota la folta capigliatura e il vestiario ricercato, l’album da disegno ad indicare il suo status di pittore e il bastone da passeggio a raccontarci la sua passione per le lunghe camminate. E in più l’adorabile cane nero che lo stesso pittore, in una lettera ai genitori, racconta di aver ricevuto in dono: “Ora ho un superbo piccolo cane inglese nero, uno spaniel purosangue che mi è stato regalato da uno dei miei amici. È ammirato da tutti.”

Quando vidi per la prima volta questo autoritratto, come vi ho già detto non dal vivo ma bensì in un libro, rimasi molto colpita. E non tanto dalla tecnica, non avrei infatti alcun titolo per disquisire a tale livello, ma bensì dal personaggio in sé. Mi piacque questo giovane uomo che guarda verso di noi con la volontà di coinvolgerci, mi piacque il contesto che, realmente, ci racconta il suo mondo e quello che era importante per un giovane di quel periodo storico e, infine, adorai tutto l’insieme sapientemente costruito: il panorama alle sue spalle, la dolcezza dello spaniel nero, l’album da disegno che sembra quasi più un libro, proprio uno di quei vecchi tomi ingialliti che teniamo sullo scaffale più alto della nostra libreria. Ricordo che per molto tempo mi soffermai ad ammirare il quadro, nella bella riproduzione che avevo trovato ma, a differenza di quello che mi capita di solito, visto che sono molto curiosa, senza affannarmi nel cercare di sapere chi fosse o non fosse stato quest’uomo. Mi divertivo anzi a costruirgli un’identità e un’esistenza.

A immaginarmele, passo dopo passo.

E fu così, forse, che Aneurin iniziò a prender vita. Anche perché  nel frattempo avevo trovato questo nome di origine gallese, meraviglioso almeno per me, soprattutto perché mi era del tutto sconosciuto. Un nome che, come tutti i nomi, ha una sua storia, etimologica e altro, di cui vi parlerò in un post a parte.

Comunque sia adesso avevo un nome capace di stimolare la mia fantasia e un’immagine da tenere come punto di riferimento. In realtà il mio personaggio non è affatto così sicuro come il giovane uomo che appare nella tela ma per me Aneurin… è sempre stato lui. 

È ovvio che nella mente di chi scrive tutto si trasforma e quindi per il mio Aneurin il bastone non è più solo un bastone da passeggio, l’album da disegno diventa veramente un libro e lo spaniel nero ha un nome ben preciso, Argo. Inoltre Aneurin non è francese ma inglese e nasce nel 1851, l’anno della Grande Esposizione di Londra, in un piccolo distretto rurale del Whiltshire. Ha i suoi bei problemi, finisce ad insegnare a Wicthburg, un piccolo paese di pescatori frutto della mia fantasia, situato molto più a nord, nel Northumberland,  ed è un giovane estremamente insicuro.

Questo lato del suo carattere, che ovviamente lo porta a maturare in sé una sensibilità non comune e occhi decisamente buoni nell’osservare il mondo e chi lo abita, è ovviamente il suo aspetto più bello. Quello che farà la differenza.

La sua capacità di riflettere con grande profondità sulle situazioni che si trova a vivere, sulle poesie e i libri che riempiranno le sue giornate, sulle persone che andranno a far parte della sua vita diventando sempre più importanti, sarà anche un modo per riflettere sulla nostra umanità. Quindi, alla fine, entrare nel mondo di Aneurin e lasciarsi catturare dall’atmosfera che vi si trova, significa anche condividere uno stato d’animo, dare importanza alla cultura, all’arte ma ancora di più all’amicizia e alla possibilità di fare qualcosa di buono per questo mondo che ci gira intorno. La capacità, meravigliosa ma spesso rara, di immedesimarsi, comprendendo i mondi degli altri, le loro differenze, maturando la consapevolezza che siamo davvero tutti uguali, nelle gioie e nei dolori ma anche e soprattutto nelle nostre manchevolezze da uomini piccoli.

Lo sfondo è quello dell’Inghilterra ottocentesca, altra scelta che merita un post a parte, la storia si dipana infatti dal 1851 in avanti, ma il personaggio si discosta alquanto dall’uomo del suo tempo così come l’atmosfera che troviamo, pagina dopo pagina, che è assai lontana da quella che si ritrova spesso nei cosiddetti romanzi vittoriani. Nonostante l’accurata ricerca, necessaria e inevitabile quando si scrive un romanzo storico, desideravo che il libro avesse un taglio e un respiro diverso e che proponesse spunti di riflessione capaci di superare gli amatissimi e sempiterni salotti alla Jane Austen e i cliché della successiva società vittoriana. 

Non che questi, salotti e cliché, non appaiono, anzi molto e soprattutto nel primo libro, è dedicato agli usi comuni e alla mentalità dell’epoca, ma ogni cosa viene riportata sempre e soltanto da Aneurin. E il suo sguardo, limpido e puro, per certi versi ingenuo ma spesso anche involontariamente ironico, sarà anche il nostro sguardo e renderà ogni aspetto della storia meno scontato e più nuovo. E sarà spunto per riflettere sul quel male di vivere che ha accomunato tutti da sempre. 

Al di là delle epoche e dei cliché.

Il bardo Aneurin

Edmund Blair Leighton (1853-1922) “The end of the song”

Non ricordo il momento esatto in cui ho trovato, per la prima volta, il nome Aneurin. Probabilmente lo lessi su una rivista storica ma, sinceramente,  non saprei dirvi a che proposito vi fosse citato. Non doveva essere un articolo che parlava di bardi o poeti, altrimenti questo lo ricorderei, vista la mia grande passione per l’argomento ma so che, nonostante ciò, un nome tanto insolito mi colpì. E fin da subito. 

Iniziai quindi a cercarne l’etimologia e poi tutto quello che poteva esservi collegato. E quando trovai la storia del bardo Aneurin, beh… impossibile non scegliere questo nome per il personaggio che mi stava nascendo in testa. Ma chi è stato davvero il bardo Aneurin? E cosa lo ha reso tanto affascinante ai miei occhi? E ancora: cosa ho legato di lui al “mio” Aneurin, ossia ad un giovane inglese, così tanto lontano dalla sua epoca e dalla sua storia?

In due parole: il bardo Aneurin, anticamente Aneirin, è vissuto fra il 525 e il 600 circa. Si parla quindi di un bardo celtico. E già qui si inizia ad entrare in un mondo ricco di fascino. E di storia. Una storia, lunga e complessa, che io qui vi narrerò brevemente, senza entrare troppo nello specifico e soltanto con la volontà di incuriosirvi.

Le popolazioni celtiche arrivarono in Gran Bretagna nell’VIII-VI secolo a.C. e la conquistarono quasi per intero, così come fecero poi con l’Irlanda. La Scozia invece sarebbe rimasta ancora a lungo sotto il dominio dei Pitti. Tuttavia a seguito della conquista romana e della creazione di un confine fortificato (il Vallo di Adriano prima e quello di Antonino dopo) le tribù britanniche e quelle dei Pitti furono confinate in Scozia e in Irlanda. Ma, in pratica e al di là di ogni volontà, alla fine del periodo di supremazia romana le tribù celtiche, con le loro molteplici identità culturali e linguistiche, erano ancora vive e vegete, e tanto da superare anche l’impatto con le successive invasioni germaniche.

Anzi, si può senz’altro dire, che fu proprio l’intersecarsi di questi tre elementi (celtico, latino e germanico) a determinare il carattere e la lingua delle future popolazioni della Gran Bretagna e dell’Irlanda, ancora oggi, uniche eredi delle antiche tribù celtiche. 

Sappiamo che i Celti possedevano una loro tradizione epica e in un certo senso “letteraria”(nel senso di epos letterario) che però, almeno per lungo tempo, non fu trascritta ma soltanto trasmessa oralmente dai druidi e dai bardi. Erano infatti i saggi e i poeti del villaggio, coloro cioè che ne detenevano la memoria storica, ad avere il compito di portare il sapere agli altri.

In poche parole un po’ come gli aedi nell’antica Grecia. Tuttavia essere bardo era qualcosa di diverso. Innanzi tutto si deve fare delle distinzioni precise fra druidi, bardi e vati, le tre figure principali della cultura celtica.

Il druido era un dignitario che apparteneva alla classe sacerdotale. A lui spettava sia l’interpretazione degli auspici che l’adempimento dei riti religiosi, sia la conservazione del sapere che l’amministrazione della giustizia.

Il vate era un indovino. A lui il compito di decifrare i sogni e tutto quello che poteva sembrare soprannaturale e insolito: un prodigio o una catastrofe, un evento naturale o una sorpresa.

Il bardo invece era un poeta e un cantore. Era colui che trasmetteva il sapere del popolo e soltanto a questo scopo veniva istruito. I bardi studiavano storia, musica, canto e poesia, le tradizioni e i miti della tribù di appartenenza. Il loro addestramento durava dodici anni e se il primo grado di istruzione prevedeva che imparassero a memoria soltanto sette poemi, l’ultimo grado ne richiedeva più di trecentocinquanta. Generalmente si accompagnavano con vari strumenti musicali: le Carnyx, trombe zoomorfe la cui bocca era ornata con teste di animali, corni e una piccola lira a corda facile da portarsi dietro.

Il bardo Aneurin in realtà, fa parte della generazione dei “Celti romanizzati”, di quella cioè che già trascrive ciò che canta, e la sua opera principale, il poema elegiaco “Y Gododdin”, è composta in brittonico, una sorta di gallese antico, tanto che viene ritenuta ancora oggi uno dei primi esempi di letteratura gallese. Si ritrova in un manoscritto successivo, conservato alla Biblioteca centrale di Cardiff e risalente al 1265, che riporta il testo del cosiddetto “Libro di Aneirin”. 

Una pagina del poema “Y Gododdin” del bardo Aneurin

Sembra che Aneurin sia stato il primo poeta a citare Re Artù parlandone, fra l’altro, come di un personaggio storico veramente esistito e, anche se qualcuno ritiene che il verso che ne fa menzione non sia originale ma bensì aggiunto in seguito, mettendone quindi in dubbio la veridicità se non anche l’attribuzione, è oramai tradizione ricondurlo a lui. 

Il manoscritto fu tradotto per la prima volta in latino nel 1764 quando Evan Evans nel suo libro “Alcuni esemplari della poesia del Antient Welsh” ne riportò dieci strofe. Ma il testo completo fu stampato da Owen Jones, nel “Myvyrian Archaiology”, soltanto nel 1801. Infine, nel 1820, William Probert ne fece una traduzione completa in inglese.  E questo non deve sorprendere perché i bardi e i miti celtici furono riscoperti e rivalutati durante il periodo romantico anche se, ad essere sinceri,  l’inizio della loro mitizzazione risale al 1600. Nel 1717, fu fondata a Londra, dall’irlandese John Toland, addirittura la prima associazione neo druidica, “L’antico Ordine Druidico”. Un ordine di cui fece parte anche il poeta William Blake che ne fu a capo, dal 1799 fino alla sua morte.

Tutto questo a testimonianza di quanto grande e sentito sia sempre stato il fascino che questo mondo lontano e la figura stessa del bardo abbiano esercitato sui poeti e i letterati britannici. Tanto che nel Regno Unito William Shakespeare è da sempre il Grande Bardo, ossia il più grande di tutti e ancora vi si usa soprannominare così ogni poeta, sia questo scrittore o cantante, degno di nota. 

Ma è questo che succede ovunque e da sempre quando il mito si lega alla storia e alle origini della lingua e del nostro più profondo modo di essere. 

Cosi mi sono chiesta, all’improvviso, quanto fascino potesse esercitare tutto ciò su un giovane inglese della metà Ottocento.

Perché in fondo è così che nasce un personaggio letterario. 

Chi lo crea non ne immagina soltanto la storia, il  passato e il futuro, ma anche la mentalità, le fantasie, ciò che può essere stato importante nella sua infanzia, le sue letture e i suoi poeti preferiti.  Lo fornisce di una morale e di ricordi, riveste di significati unici e particolari gli aspetti più impensabili del suo mondo inesistente.

Proprio come facciamo noi, nel nostro mondo. Quello esistente.

Così un nome le cui origini si perdono nella notte dei tempi, un bardo che canta gesta di regni scomparsi nel nulla, quel suo unico verso legato a Re Artù, un personaggio che a sua volta si perde fra realtà e fantasia, poesia e storia, mito e letteratura… tutto questo poteva assumere per il “mio” Aneurin un’importanza particolare proprio perché legato alla natura, al mistero delle foreste, al linguaggio dei fiori, a Fata Morgana, a…

Ma di tutto questo e di tanto altro vi parlerò la prossima volta.

FATA MORGANA

Come vi avevo anticipato nel precedente articolo, torno qui a raccontarvi qualcosa riguardo al personaggio dei miei libri, e di come per il “mio Aneurin”, un giovane uomo insicuro che vive le sue avventure nell’Inghilterra del XIX secolo, tanti aspetti della letteratura, della poesia e della mitologia celtica assumeranno, pagina dopo pagina, significati assai profondi. È così infatti che mi sono figurata i suoi pensieri e i suoi sogni ad occhi aperti, ossia tutto quel mondo fantastico, irreale, intimo e profondo, che alimenta le nostre fantasie nel difficile cammino che è la crescita e poi la vita.

Frederick Sandys “Morgan le Fay” (1864)

Morgana ha una storia antica perché è una figura già presente nella mitologia celtica, probabilmente originata dalla Morrigan irlandese, ed è ampiamente documentata nei primi secoli del Medioevo dove tuttavia il suo carattere appare ambivalente e non ancora definito.

All’inizio del XII secolo comincia la sua storia letteraria grazie a Goffredo di Monmouth (1100-1155) che nella sua opera in latino “ Vita Merlini”, la prima opera in assoluto a parlarci della fata, ci racconta come Morgana, insieme alle sue sorelle, regni ed eserciti le sue doti di guaritrice nell’isola di Avalon.

Edward Burnes-Jones “La seduzione di Merlino”(1872-77)

La leggendaria isola ci viene qui descritta come “Isola dei Beati” o “Isola della mele” (in cornico e in bretone la mela si dice “aval” e in gallese “afal”). La sua esatta ubicazione è stata a lungo argomento di dibattito, ma per molte fonti, fra cui il bellissimo poema cavalleresco “Floriant et Florete”, scritto da un chierico nel XIII secolo (1275 circa), potrebbe essere stata addirittura la nostra Sicilia.

E forse non é un caso che con il nome “Fata Morgana” si indichi proprio una strana forma di miraggio che è facile notare osservando l’orizzonte in zone desertiche o in mare aperto e, in particolar modo, proprio nello Stretto di Messina. È ovvio che qui il nome è arrivato insieme ai Normanni e quindi legato alla primigenia fata celtica. Infatti Morgana portandosi dietro forse più di un aspetto della Morrigan irlandese, divinità legata alla guerra e alla morte ma anche alla vita e alla sessualità, poteva presentare aspetti assai diversi fra loro: alcuni la vedevano maga capace di irretire i marinai portandoli a naufragare sugli scogli, altri invece la rendevano una saggia guaritrice.

John Roddam Spencer Stanhope “Morgan Le Fay” (1880)

Nel poema “Floriant et Florete”, per esempio, nonostante già vi appaiano tutti gli elementi del romanzo cavalleresco arturiano (lo stesso Artù, i cavalieri della tavola rotonda, la battaglia per sconfiggere un usurpatore), Fata Morgana sarà addirittura la madre adottiva di Floriant, lo alleverà e lo aiuterà a riconquistare ciò che gli spetta di diritto.

In seguito però, come ogni personaggio che si rispetti, Morgana subirà un radicale cambiamento e nella successiva letteratura romanza perderà completamente questo carattere materno e consolatorio facendo prendere il sopravvento agli aspetti spesso sensuali, ingannatori o addirittura malefici.

Tutti quelli cioè che la renderanno invidiosa, infida, multiforma, gelosa del fratello Artù e della bella Ginevra. Gli unici aspetti in realtà per cui viene ricordata quasi sempre.

Edward Burnes-Jones “Morgan Le Fay” (1862)

Ed è ovvio che un personaggio tanto affascinante non poteva non essere protagonista di alcuni capolavori dei maestri preraffaelliti e non soltanto perché la confraternita aveva rivalutato fra i suoi temi anche il medioevo e, conseguentemente, il ciclo arturiano ma soprattutto perché questo suo aspetto di fata e poi di maga, di madre e poi di sorella, di strega e poi di dea, regalava loro la grande possibilità di ritrarla in tutto quello che significa essere donna.

Ma la Morgana del mio Aneurin, quella cioè che accompagnerà le sue fantasie e che lui identificherà con una persona cara di cui soffre la mancanza e che legherà al linguaggio dei fiori sarà, ancora una volta, un fata guaritrice e madre.

Tuttavia a differenza dei quadri che avete ammirato fino a qui, quello sottostante, che è poi anche quello che torna in copertina, non è di un pittore preraffaellita ma di Arthur Wardle. L’ho scelto perché pur non restituendoci l’immagine di Morgana rappresenta un mondo incantato. Quel mondo immaginifico che è fatto sì di fantasie e di irrealtà ma che forse proprio per questo abbiamo sempre sperato possibile. Lo abbiamo cullato, nascosto in fondo al cuore, ne abbiamo scritto, lo abbiamo dipinto.

Arthur Wardle (1860-1949) “Fairy Tale”

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